Ritorno… a casa

25 Nov

Scrivere è come respirare. Per me è così. Scrivo e non mi basta mai. Ho una curiosa patologia che definirei, non senza malizia, un ‘priapismo della tastiera’. Lo faccio da quando avevo otto anni e la maestra impicciona ficcanasava nelle nostre vite familiari con la scusa del ‘diarietto’. Eravamo ingenue e non scafate e, dunque, spiattellavamo tutto quello che avveniva in casa, senza schermi. O, almeno, quello che riuscivamo a cogliere e a intercettare, perché erano i tempi in cui, di molti argomenti, davanti ai bambini si parlava per sottintesi oppure si aspettava che fossero a distanza di sicurezza; o ancora, si usavano parole a chiave, come per i servizi segreti.

Fu così che seppi – ma me ne sono accorta decenni dopo, giusto perché il dialogo fra mia madre e mia zia mi era rimasto impresso – che una vivace signorina di Nocera Inferiore era stata beccata in un albergo della Costiera Amalfitana con un maschietto, attirandosi il vituperio generale. Non erano neanche i tempi del diarietto, perché la figlia della signorina ha quattro anni meno di me. Insomma, dovevo avere due anni o poco più. Mio marito, per gioco, dice sempre che io ho una memoria fetale, nel senso che ricordo anche cose avvenute quando sguazzavo nell’utero materno.

Mi sono allontanata retroattivamente dall’epoca dei diarietti impostici da quella erinni della nostra maestra, una donna piuttosto bruttina e amareggiata dall’aver fatto da pigmalione ad un intraprendente e avvenente pastorello, conosciuto quando lei era insegnante delle scuole serali, poi sostenuto fino ad un diploma magistrale e, peraltro, sposato. Appena acquistata autonomia – o pure prima, forse? – il pastorello redento, con gli anni diventato direttore didattico, si era emancipato e aveva cercato varie distrazioni. La moglie sfogava le sue frustrazioni coniugali a scuola e ricordo le sue sberle, i suoi castighi contro le malcapitate, relegate dietro la lavagna, e quella volta che alla mia compagna di banco – ormai scomparsa, purtroppo, per un brutto cancro -, piuttosto impermeabile alla matematica, capitò di avere la testa sbattuta contro la fatidica lavagna. La maestra odiava la mia esuberanza, la mia fame di sapere: non mi bastava quello che ci spiegava, volevo approfondire ed ero un elemento destabilizzante rispetto al suo ordine didattico. I miei diarietti, però, essendo dei veri e propri resoconti ‘giornalistici’, le consentivano di penetrare nei fatti di casa mia e di divulgarli nel circolo Pickwick delle maestre. Ero, come oggi, incontenibile, malgrado madre e zia cercassero d’inculcarmi il principio che bisognava mantenere una certa ritrosia nel raccontare i fatti propri. Purtroppo per loro, però, i diarietti si scrivevano in classe ed io avevo sfrenatamente le mani libere nel resoconto puntuale di ciò che avveniva fra le mura domestiche e anche fuori, ovunque mi trovassi nel ruolo di testimone oculare.

Fu così che, involontariamente, diedi fuoco alle polveri di un vero e proprio scandalo – in senso bonario, intendo – riportando una salace leggenda raccontatami da mio zio materno – lui, sì, il mio Pigmalione: sapevo appena leggere allorché, per la Befana, non mi regalò una bambola (tanto, quelle, la mia sanguinaria sorella minore, precursora dei tagliagole dell’ISIS, avrebbe provveduto sistematicamente a decapitarmele), bensì l’Enciclopedia per Ragazzi Mondadori, in 16 volumetti, che provvedetti coscienziosamente a leggere da cima a fondo – dicevo la leggenda, riguardante l’assalto al Castello di Cava dei Tirreni.

Dovete sapere che Nocera Inferiore e Cava dei Tirreni, col cuscinetto di Nocera Superiore, che, però, è un Comune creato artificialmente nel XIX secolo, hanno sempre avuto un certo attrito fra loro. Una concorrenza che, obiettivamente, non sta ne’ in cielo ne’ in terra – o, almeno, era così ai tempi in cui scrivevo il diarietto – perché Cava, sotto il profilo economico e sociale era una specie di ‘piccola Svizzera’ (e così era soprannominata), molto più raffinata della rozza e rurale Nocera. Divertente poi pensare quante ‘pennellate cavesi’ ci siano state nella mia vita, a cominciare dalle origini della famiglia paterna del mio primo marito e dalla nascita nell’Ospedale cittadino del mio unico figliolo (due esperienze infelici: cattive scelte entrambe, visto che il marito è diventato un ex ed il figlio corse il rischio di morire neonato per vari errori medici). All’epoca della mia seconda elementare non avevo precognizione di tutto ciò e mi limitai a riportare il racconto fattomi da mio zio su quell’assalto al Castello. Direte voi: ma cosa c’era di così scandaloso in quei fatti lontani nel tempo, risalenti all’epoca in cui i Saraceni s’impadronirono del presidio?

Oggi che siamo sotto la pressione del terrorismo… saraceno e predatorio, il tempo pare aver assorbito una spirale all’incontrario. E la mente mi è tornata a quella leggenda, messa in giro dai detrattori appartenenti al partito anti-cavese. Secondo un copione che oggi vediamo ricalcato dall’ISIS, i Saraceni, nell’asserragliarsi nel Castello, rapirono le donne locali. Nel racconto di mio zio, non si trattava delle ‘signore’, protette nei loro palazzi o rifugiatesi chissà dove, bensì delle contadine dei dintorni, abituate ad una vita durissima, accanto a mariti e compagni che, per comportamento, erano giusto un gradino al di sopra dei pitecantropi. Di colpo, queste povere donne, pur abusate sessualmente (ma, all’epoca, si percepiva la differenza fra matrimonio e abuso?), si trovarono ad avere pasti caldi, vesti decenti, compagni di letto pirati sì, ma magari anche più attraenti dei loro abbrutenti mariti. Fu così che… si affezionarono al loro nuovo status e, quando i villici intorno, per riconquistare il Castello e recuperare le mogli, lo strinsero d’assedio, piuttosto che fare il tifo per gli assedianti, diedero man forte agli assediati, scaraventando sul cranio degli ‘aggressori’ paioli di olio bollente. Questo narra una novella che ha un che di boccaccesco e che mio zio, convinto che non capissi le implicazioni, mi narrò, mentre, dal balcone di casa, osservavamo i fuochi d’artificio in lontananza dell’assalto al Castello. Le basse insinuazioni contenute in questo racconto, che riportai con fedeltà nel diarietto, si diffusero come fuoco greco per tutta la scuola elementare Ugo Foscolo di Nocera Inferiore, all’epoca ubicata presso i locali della sede municipale, riportate a mezza bocca dalla mia maestra non solo alle colleghe ma anche alle madri che facevano parte di una sorta di delegazione di fedelissime supporter della maestra stessa. Ed io divenni una pietra dello scandalo. Fu una delle prime lezioni che ebbi dalla vita. Impavida, non ho ancora imparato e ingenuamente continuo, oltre 50 anni dopo, a dire tutto quello che mi passa per la mente. Frangar non flectar.

Naturalmente, questo blog non s’incentrerà sui miei ricordi d’infanzia. Era solo un modo ammortizzato di riprendere a scrivere, sostituendo gli AMBRacadabra che, in mille e più puntate, hanno costituito la spina dorsale della mia collaborazione su L’Indro, e che erano incentrati sulla satira di costume e politica. Come ho detto anche su FB, scrivere è fatica, sudore, riflessione, cesello, rifiuto della banalità. Costa moltissimo a chi lo fa, a chi lo sente non come un mestiere, ma come un parto continuo. A chi si aggiorna, legge, utilizza la propria testa per distillare fatti e opinioni. Allora, piuttosto che essere sfruttata per fare da traino gratuito per chi ha una testata, preferisco autoamministrarmi con un mio blog. Con la speranza che qualcuno apprezzi e dia valore a ciò che scrivo.

ALL’ECAMPUS IL 19 APRILE LE VETTE DELLA POESIA

18 Apr

Locandina

Roma, 19 aprile 2013 –“Il poeta – da lontano conduce il discorso.
Il poeta – lontano conduce il discorso.
Per pianeti, per segni… per botri
di indirette parabole… Fra il sì e il no
lui – persino volando giù dal campanile –
rimedia un appiglio… Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti.”

La poetessa russa Marina Cvetaeva (pronunciato Zvetàieva) dà una risposta profonda e significativa a chi chiede chi sia un poeta, riflesso di una domanda esistenziale ben più profonda: “C’è ancora posto per la Poesia ai nostri giorni?”.
L’Università eCampus, nel quadro della propria strategia di promozione culturale, ha inteso approfondire questa tematica, con un ciclo di tre giornate – a partire dal 22 marzo – intitolato “Il posto della Poesia”, articolate in una sessione antimeridiana ed in una pomeridiana, ove approfondire con docenti d’eccellenza e letterati di fama, le tematiche portanti dell’ispirazione poetica, sotto il profilo dello studio, della pratica e della ricerca accademica, nonché dalla diretta voce di una serie di rinomati poeti.
La seconda giornata avrà luogo il 19 aprile, presso l’Università eCampus, in via del Tritone, 169, a cominciare dalle ore 09:30 fino alle ore 13:00 nella sessione antimeridiana; mentre, dopo una pausa, la sessione pomeridiana comincerà alle ore 15:30, per terminare alle 18:00, con un cocktail.
Di seguito, si riporta l’articolato programma di questa sessione, che inseguirà l’interrogativo: “E’ del Poeta il fin la meraviglia?”, per confrontarsi sulle finalità dell’ispirazione poetica: intima o sociale?
La mattinata prenderà il via con il saluto della responsabile della sede di Roma dell’Università eCampus Rita Neri, consigliere di amministrazione delegata.
Prenderanno poi il via i lavori, coordinati dal giornalista Luigi Saitta.
Interverranno: Paola Severini, giornalista, che presenterà la puntata del suo programma RAI “Un popolo di poeti”, con una coinvolgente intervista allo scomparso poeta Attilio Bertolucci; Luigi Mazzella, vicepresidente della Corte Costituzionale e poeta; Corrado Calabrò, già presidente AgCom e poeta; Anna Paola Tantucci, presidente EIP (EcoleInstrument de Paix) con letture poetiche dei versi composti dagli studenti dell’Istituto “A Ceccherelli” di Roma: a due voci Abhi Raj e Lorenzo Binacci; Eleonora Ummarino; Riccardo Fiorani.
Nel corso della mattinata leggeranno loro composizioni: Dona Amati; Armando De Ceccon; Alba Gonzales; Giorgio Leoni; Tiziana Marini; Daniela Pericone e Gabriella Sica.
I lavori riprenderanno alle 15:30, coordinati dalla giornalista Laura De Luca a cui interverranno gli editori Sandro Gros Pietro (Genesi) e Diana Battaggia (La vita felice); Pino Colizzi, attore e traduttore dei Sonetti di Shakespeare; Ennio Cavalli, giornalista e poeta; Enrica Bonaccorti, giornalista e poetessa. Anche nella sessione pomeridiana vi saranno letture di componimenti dalla viva voce degli autori: Luca Benassi, Maria Grazia Calandrone, Annamaria Ferramosca, Giorgio Linguaglossa, Dante Maffia, Sergio Malatesta, Monica Osnato (con accompagnamento musicale), Alberto Toni e Zingonia Zingone, con poesie in spagnolo, la cui traduzione verrà letta dall’attore Manuele Morgese.
Durante l’evento, inoltre, gli studenti di Act Multimedia, (Scuola di Cinema di Cinecittà) leggeranno brani poetici di ieri e di oggi, tratti da Fernando Pessoa, Jorge Luis Borges, Emily Dickinson, Rainer Maria Rilke, Marina Cvetaeva, Federico Garcia Lorca, Lorenzo Calogero, Derek Walcott, Elizabeth Bishop, Julia Hartwig, Wislawa Szymborska, Billy Collins, Giovanni Giudici.

L’evento si svolge in collaborazione con Comunicare@.
L’iniziativa sostiene l’Associazione “I Cuori di Francesca Onlus”, impegnata nella tutela degli interessi dei bambini orfani a causa dei femminicidi.

La roulette russa di colf, badanti e Co.

28 Set

Affidiamo a loro i nostri affetti più cari, i nostri beni più preziosi: i nostri cari, sia anziani che bambini; le nostre case. Badanti, tate e colf costituiscono una categoria di lavoratrici/lavoratori – ormai sono oltre 1.5 milioni di persone – che hanno un ruolo fondamentale nella società italiana ed intorno a loro ruota l’equilibrio della convivenza familiare.

Molto centrata, dunque, questa puntata di “Storie vere” dal titolo: “Badanti, colf, tate: ci possiamo fidare?” che ha preso il via con una storia davvero raccapricciante, tanto che, nel preparare la puntata, in redazione si era discusso molto se mostrare delle immagini piuttosto impressionanti.

Veroli, in provincia di Frosinone. La signora Anna Campoli ha una diagnosi di morbo di Alzheimer. Le sue condizioni mentali vanno via via degradandosi. Quando era ancora autosufficiente si è trasferita ad abitare a pian terreno nella villetta del figlio Massimiliano, che già vi vive al primo piano con moglie e bambini. Un altro figlio abita in paese. Per accudirla viene presa una compaesana, già esperta in assistenza agli anziani di cui tutti parlano benissimo.

La signora Anna peggiora rapidamente.Intanto sembra che in casa manchino cose. Massimiliano, con la scusa dell’antifurto per la villetta, installa delle videocamere in casa. Una notte alle 5 viene svegliato dal fracasso. Al video vede che la donna aggredisce la signora Anna, le dà due ceffoni. Al momento vorrebbe scender giù per aggredire la badante bestiale, ma uno svenimento della moglie lo frena. Parla con un avvocato di prima mattina, acquisisce il video (che è quello che vediamo anche noi ed ha suscitato il dilemma se mostrarlo o non mostrarlo), va dai carabinieri e, dalla visione delle registrazioni delle telecamere, scopre che la madre era continuamente vessata, fisicamente e moralmente da questa energumena. Tutto finisce bene perché la donna viene prima allontanata dalle Forze dell’Ordine, poi arrestata. Oggi la signora Anna, assistita da un’altra badante, ucraina, è un’altra persona: ha ripreso a camminare e, nei limiti dell’Alzheimer, reagisce e socializza. L’ex badante deve ancora subire il processo, dunque la lentezza della giustizia non consente che paghi ancora per il male che ha fatto.

Irene Pivetti, intervenuta in qualità di giornalista (?), commenta indignata la vicenda, notando, però, che per motivi televisivi, si fanno emergere i comportamenti patologici, piuttosto che la stragrande maggioranza della normalità. Lei ha avuto esperienze molto positive ed i suoi figli sono accuditi con professionalità ed affetto da una tata, tanto che in lei, a volte sorge persino un pò di gelosia. Ippolita si chiede come mai vengano sempre a galla gli esempi di badanti italiane aguzzine: non è che siamo esterofili?

La storia che è seguita dimostra che la generosità di una persona chiamata a collaborare con una famiglia può giungere fino all’eroismo. E’ stato questo il caso di Iris (Palacios Cruz), morta a 27 anni nelle acque del Circeo per salvare una bimba, Letizia, che all’epoca aveva 10 anni ed oggi 17. In studio c’erano Simona Flamment, mamma di Letizia e Dunia Cruz Garcia, madre di Iris. La storia è stata molto commovente ed avevamo tutti gli occhi lucidi, mentre le due mamme piangevano. La storia dal tragico epilogo ha stretto i rapporti fra le due famiglie che ormai si sentono una grande famiglia allargata.

Su questo tema è stato interpellato il professor Francesco Belletti, sociologo e Presidente del Forum delle Associazioni familiari che ha tracciato un ritratto dello stato dell’arte dell’inserimento dei collaboratori familiari nei nuclei italiani. Irene Pivetti ha fatto un distinguo fra rapporto professionale e umano, che, peraltro, pur non dovendo confondersi, devono interagire. Un telespettatore, per email, ha espresso un’opinione estrema: lui cambia ogni 6 mesi tata per il figlio, perché è una semplice dipendente e non occorre affezionarsi.

Alla domanda di Georgia, sono insorta: “Qui è roba da capanna dello zio Tom! – mi sono indignata – Noi a casa abbiamo la signora Rita, con la quale c’è un legame quasi familiare: prima di lei ci aiutavano  in successione sua madre, sua zia, sua sorella. Lei è con noi dal 1970, 42 anni! E prima di lei c’era Ersilia che, emigrata a Varese, un gorno alcuni anni fa telefonò a mia zia rivendicando 8 loculi nella nostra tomba di famiglia, per sé e per i suoi 7 figli. Voleva mettere una lapide dove scrivere: “Qui giace Ersilia, fedele cameriera della signorina Barbato”. Inutile dire che, se l’avessimo accontentata, noi saremmo finiti tutti seppelliti nella nuda terra!”. Molto divertente anche Luigi, che ha sempre una parola spiritosa per sdrammatizzare le situazioni. Da morire dal ridere il racconto di Fabrizio su una badante “bandita” del nonno, in Umbria,che faceva la spesa per la sua famiglia coi soldi affidatile per nutrire l’anziano, mentre il frigorifero di quest’ultimo rimaneva tristemente vuoto.

Un pò più complicato Marcello, che ha parlato di un caso di badante “cattiva”, mentre Rosanna ha raccontato della badante della madre che sta combattendo contro un cancro ed ora si è trasformata lei… in badante della badante! E’ emerso anche il ruolo affettivo de familiar che non deve mai mancare, né dev’essere la presenza della badante un alibi per dileguarsi… Il caso di Gerana, dedita a padre e madre malati ci ha fatti sentire molto solidali.

Il breve scambio di battute con Georgia Trasselli, la Tata per antonomasia delle fiction con i coniugi Vianello Mondaini ha inserito un intervallo di levità ed ha ricordato che, fino al 14 ottobre, è in scena a Roa, al Teatro dei Servi (ça va sans dire), con una divertente piece sul matrimonio.

Il servizio di Andrea Di Carlo ha riguardato un corso per badanti appena iniziato a Bologna. Sono stati anche intervistati anziani, che sognano più che altro pranzetti e pulizia, tranne uno un pò malizioso che voleva la 25enne coscialunga. Il Prof. Belletti ha sostenuto l’esigenza di qualificare queste persone, affinché possano curare con professionalità gli anziani loro affidati. Il collegamento Skype è saltato per assoluta mancanza di tempo e, con l’obietivo di ascoltare anche il punto di vista degli stranieri che lavorano presso le nostre case, siamo passati ad ascoltare la storia della moldava Larisa, che un pò sfigatella c’è sembrata, perché ha trovato un’anziana che sembrava la matrigna di Cenerentola ed una serie di altri lavori in cui raramente non era sfruttata. Le abbiamo chiesto la sua qualifica ad assistere anziani e ci ha detto di essere psicologa laureata al suo Paese. La “cattiva” l’ho fatta io chiedendo quante fossero, secondo lei le sue colleghe davvero preparate e lei, forse per solidarietà con loro, ha risposto in maniera inadeguata. Sono stata un pò”tosta”, affermando che stava assumendo un atteggiamento politico, da Presidente del Consiglio, che uno gli fa una domanda precisa e lui risponde quello che gli pare ma non sul tema specifico. Si è un pò arrampicata sugli specchi… A proposito di sfruttamenti, Stefano ha narrato un aneddoto vissuto in prima persona, di un vecchietto vicino di letto di suo padre, all’Ospedale, assistito da due badanti: ebbene, scoprirono che le poverine erano costrette dai fgli dell’anziano persino a pagarsi il biglietto dell’autobus di tasca loro, con l’accusa di essere esose.

Nel finale, Irene Pivetti ha narrato altri spaccati di esperienze vissute da lei nel rapporto con tate e colf e ci siamo dati appuntamento a lunedì, quando parleremo di sicurezza delle città.

L’INSONNIA, COMPAGNA DELLA NOTTE

27 Set

La provocazione si prestava a più approcci: “Gl’italiani dormono sonni tranquilli?” è stata la domanda che ha dato il la alla puntata di stamane di “Storie vere”. Eravamo ben svegli, essendo le undici del mattino, ma qualcuno di noi – più di qualcuno – era reduce da una notte insonne, chi per problemi esistenziali di sopravvivenza, chi per un figlio piccolo iperattivo (Savino). Insomma, in Italia sono 12milioni di persone che soffrono d’insonnia, chi per patologia, chi per overdose di preoccupazioni.

E’ stata l’ultima di una serie di notti insonni quella del signor Massimo Romani, uno dei 55mila esodati (ma i numeri dati istituzionalmente son ballerini…) che è venuto a raccontarci le proprie preoccupazioni circa le prospettive del suo futuro, dovendo per un certo periodo vivere senza né stipendio, né pensione. Il figlio ventiduenne ha trovato un lavoretto per la sopravvivenza, a 600 euro al mese, ma è l’intero treno di vita familiare che s’incepperebbe, non potendo contare su nessuna entrata: mutuo, bollette, sussistenza pura. Un bell disastro!

Sul tema esodati è intervenuto Enzo de Fusco, della Fondazione dei Consulenti del Lavoro, che ha smorzato le preoccupazioni del signor Massimo… precisandogli che lui, più che un esodato è un derogato. Per cui ci sarebbe chi sta peggio, ovvero chi avrà un periodo di assenza di entrate più lungo di quello che colpirà l’uomo dal gennaio al luglio 2013, epoca in cui inizierà a percepire la pensione. Non è una vera e propria consolazione, perché come farà a campare per 6 mesi?

Dopo un passaggio sui messaggi che arrivavano a Laura via mail, la parola è andata al Professor Luigi Murri, del Centro del Sonno dell’Università di Pisa che ha dato alcuni consigli a Massimo per recuperare un pò di sonno senza approdare necessariamente ai farmaci. L’ideale sarebbe rimuovere la causa, ovvero le prospettive inoccupazionali;  non potendo fare ciò, gli ha consigliato di non crogiolarsi a letto in attesa del sonno, ma di alzarsi e fare altro per un pò.

In collegamento da Milano, Philippe Daverio, dimagritissimo post operato, ha valorizzato le ore notturne per la loro creatività, anche se ha ammesso che lui non ha un’insonnia cronica… ma funzionale a ciò che ha da fare. Ed ha ricordato una frase di Napoleone, secondo il quale gli uomini dovevano dormire 6 ore, le donne 7 e gli imbecilli 8 e più.

Francesca è intervenuta raccontando le sue esperienze d’insonnia dovuta a problemi di eterno precariato lavorativo e di scarsa risposta stituzionale anche a chi vuole lanciarsi in nuove iniziative, mentre Carlo ha detto di essere rimasto sveglio stanotte a rimuginare la notizia del consigliere PDL della Regione Lazio, Franco Fiorito, che ha procurato un paracadute pensionistico a lui ed ai suoi colleghi, proponendo e facendo votare (all’unanimità) una norma per cui a 50 anni tutti percepiranno un appannaggio di 4mila euro al mese. Ci si è ricollegato Stefano, che ha rimarcato come gli italiani siano in letargo nei confronti di una situazione tragica, di mala politica e di crisi, che all’estero ha generato sollevazioni popolari, mentre noi sembriamo scaldarci solo per le foto in topless di Kate Middleton o altre amenità del genere. Savino e Giorgia ci hanno dato man forte, sottolineando anche loro le profonde ingiustizie a cui assistiamo.

C’è però chi soffre per il motivo inverso: la narcolessia. Ha narrato la sua esperienza Iliana Zingaretti, che ha trascorso un’adolescenza travagliata da questa patologia genetica, tale da manifestarsi anche durante l’orario scolastico. Oggi tiene il fenomeno sotto controllo e riesce a lavorare come commessa. Il professor Murri ha descritto questa vera e propria malattia che, in qualche modo, è invalidante.

Dopo il servizio in giro per Roma che ha raccolto pareri sul sonno, è stata la volta di Silvia Tropea, avvocato, che il sonno, per tre anni, l’ha perso appresso al figlio Andrea il quale, secondo un classico modo di dire “aveva scambiato la notte per il giorno”. Quest’esperienza l’ha spinta a fondare un blog, “genitoricrescono” dove, non solo su questo argomento, i genitori si confrontano, scambiandosi esperienze e consigli, fra cui quello di fare a turno nell’assistere il bimbo, ciascun genitore per due notti. E’ così venuta in ballo la diatriba se sia meglio lasciar piangere un bambino o no e il professor Murri ha manifestato l’opinione che, secondo le teorie più recenti, anche se ciascun bimbo è un caso a sé, forse bisognerebbe non essere troppo morbidi. Luigi, col suo charme partenopeo, ha raccontato la sua esperienza di padre che, a turno con la moglie si occupava di una figlia piccola insonne. Ebbene, quando fu la volta sua, la bimba si spolmonò, ma lui non accorse: essendo il suo turno di gestire la situazione, si assunse tutte le responsabilità di adottare una propria strategia.

Alla domanda se ci fossero problemi di sonno a causa di condomini fracassoni, ho preso la parola io, che ho ricordato quelli che, in una casa precedente all’attuale, pur piuttosto anziani, (lui era un alto ufficiale in pensione, lei una robusta signora bien agée), si dedicavano ad attività notturne con gridolini e rumori sinistri; tant’è che, la notte del terremoto de L’Aquila, quando il mio lampadario iniziò a ballare – come spesso accadeva per le loro esibizioni di notte – a tutta prima non capii che si trattasse d’un sisma. Divertita, Grazia mi ha invitata ad essere più accomodante con dei sovrastanti così appassionati, malgrado l’età.

Il collegamento via Skype è stato col Brasile, a Porto Alegre, col padovano Cristiano Zara, emigrante fortunato, andato a vendere l’espresso italiano ai brasiliani che saranno bravi a produrre caffé, ma non a farlo…

Abbiamo poi, con un altro servizio, incontrato una serie di persone che lavorano di notte e, in studio c’era Geraldo, fornaio spiritoso e laborioso… ha creato una vera e propria azienda a Campagnano con 14 persone (anche se sembra che fra i giovani non ci sia troppa voglia di fare i fornai).

A qualcuno, l’insonnia ha consentito di farsi venire le idee: è così per Federico Cervigni, che ha creato un’iniziativa per ricollegare l’immondizia ad un riciclo tale da generare un ciclo economico virtuoso. Dal canto suo Philippe Daverio ha citato l’esempio di insonni famosi che esplicitavano  il proprio genio anche di notte: scrittori, poeti, politic, fra cui Winston Churchill.

L’intervento della Marchesa Bona Frescobaldi ha riguardato la manifestazione benefica no profit “Corri la vita”, che avrà luogo a Firenze, a partire dalle ore 9:30 per una charity a favore della ricerca sul cancro al seno. Testimonial dell’iniziativa è il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Una corsa che vede un crescente numero di partecipanti. L’anno scorso furono 25mila. Dandoci appuntamento tutti a Firenze, domenica prossima, abbiamo passato la linea, in attesa, domani, di parlare di… badanti!

Adottare: gesto d’amore o lusso per ricchi?

26 Set

Nel nostro quotidiano, se non c’è un’immediata esperienza familiare, prima o poi “inciampiamo” in racconti di Odissee vissute da coppie animate da ottime intenzioni, decise a offrire opportunità di accoglienza a bimbi, italiani o stranieri, rimasti senza punti di riferimento genitoriali, ma scontratisi contro mile difficoltà, molte delle quali create da una normativa impregnata di occhiuta burocratizzazione, volta spesso a rendere questo afflato di generosità quasi un sogno impossibile a realizzarsi. La puntata di oggi di “Storie vere” ha affrontato senza edulcoranti giri di parole questa tematica, sottoponendo ai telespettator alcune vicende di vita vissuta. In verità, il titolo: “Adozioni: i figli si comprano?” mi è parso un pò fuorviante (ci sono stati casi di vero e proprio commercio, emersi dalle cronache), ma il messaggio si riferiva alla barca di soldi richiesti per portare avanti un’adozione internazionale (di quelle  nazionali, m’è sembrato mission impossible).

Non so se definre la prima storia a lieto fine, perché lascia l’amaro in bocca per l’alto costo pecuniario che è gravato su una coppia che voleva completare il proprio rapporto anche esercitando la propria genitorialità. Per Veronica e Federico, oggi mamma e papà di Jeremy, il cammino è stato piuttosto accidentato. Nell’ottobre 2008 iniziarono la trafila, presentando la domanda di adozone, lasciandosi aperte le due strade dell’adozione nazionale ed internazionale.

Inizialmente, la coppia ha ricevuto un paio di proposte dal Tribunale dei minori, di adozione nazionale, che ha rifiutato: la prima perché, riguardando un bambino nato in Italia ma da madre straniera, poteva costei – che non aveva rinunciato al bambino – richiederlo e, dunque, non sarebbero mai stati sicuri di averlo adottato con tutti i crismi; la seconda bimba aveva alcune gravi malformazioni ed i signori Pastori non se la sono sentita di affrontare il forte impatto emotivo che avrebbe richiesto il governare una simile situazione. Su questa loro affermazione si è animato un pò di dibattito, con Francesca che ha rivolto loro obiezioni incalzanti, e la coppia ha chiarito che la loro condizione psicologica del tempo ed una certa inesperienza avevano influito sulla decisione, e che oggi, probabilmente, si sarebbero comportati in maniera diversa.

Il loro racconto è poi proseguito spostandosi sul versante internazionale. Tramite l’AiBi, a partire dal 2010, hanno imboccato la strada dell’adozione in Kenya. Si sono installati per otto lunghi mesi, dal maggio del 2011, a Nairobi: Veronica ha avuto dal lavoro un congedo di maternità per 5 mesi più delle ferie non usufruite, Federico addirittura è stato in aspettativa non pagata. Avevano un appartamento in città e hanno iniziato una vita familiare in loco, con Jeremy in affidamento pre-adottivo, vigilati dagli assisitenti sociali e dai funzionari del Tribunale locale, che volevano verificare l’armonia instauratasi fra loro ed il bimbo. Tutto è andato per il meglio ed ormai, quando è arrivato in Italia, il piccolo non si è sentito completamente estraneo all’ambiente; era in grado di esprimersi in italiano e con i nuovi genitori si era già sviluppato un dialogo di affetto. Tutto questo ambaradan, però, ha avuto un costo molto alto, quantificato da Federico in 30mila euro.

Dalla postazione web, Laura ci comunica che arrivano mail di pensiero contrapposto: c’è chi stigmatizza il “rifiuto” della coppia di adottare una bimba malata; c’è chi, invece, esprime comprensione per il loro ritrarsi dalle difficoltà. Veronica chiarisce che trovandosi oggi di fronte a quel dilemma, avrebbero probabilmente accettato la piccola. E ci confida che sono pronti a riprendere il cammino per una nuova adozione, per dare una sorellina o un fratellino a Jeremy.

Interviene l’attrice Patrizia Pellegrino, anche lei mamma adottiva dal 1994 di un bimbo russo che le ha procurato tanta gioia. Un piccolino malmesso – per cui contesta un pò il rifiuto dei signori Pastori verso la bimba malata – che aveva 3 anni e pesava 7 chili. Probabilmente gli ha salvato la vita! Esprimo qualche dubbio sulla non estraneità del suo gesto da motivazioni d’immagine (scorrono sul video immagini patinate dell’epoca), che lei ha schivato con eleganza: dopo questa fortunata adozione, ha concepito due figli, quindi il bimbo russo è diventato il suo primogenito!

Dopo un saggio intervento di Alberto Laggia, giornalista di Famiglia Cristiana, sulla distorsione della ricerca di un bambino “ideale” da parte dei potenziali genitori adottivi, siamo passati alla seconda “storia vera” della giornata. Fausto Biroslavo, giornalista triestino de’ Il Giornale una figlia ce l’ha. Voleva, però, allargare il cerchio d’amore e, nel 2008, decise di presentare domanda di adozione nella città giuliana.  Lamenta che, malgrado una trafila come una corsa ad ostacoli, colloqui e visite mediche, audizione dei futuri nonni e infiniti documenti da esibire, si è trovato escluso dall’adozione e costretto a ricominciare tutto daccapo, per una svista sulla scadenza dei tre anni di vigenza della  domanda. Un dies ad quem scritto in una postilla microscopica ha fatto saltare tutta la trafila. Con estrema amarezza, ma comunque decisi a offrire amore ad un bambino senza genitori, i coniugi Biroslavo hanno optato per l’affido, rendendosi conto che anche qui c’è un aspide nel cestino di fragole.

I genitori affidatari, infatti, ricevono un sostentamento di 650 euro a bambino e dunque, per qualcuno meno scrupoloso, farsi affidare uno o più bimbi può diventare una sorta di mestiere dove lucrare. Racconta Biroslavo di aver visto anche una coppia rom chiedere l’affidamento: nuove braccia per un destino di mendicità?

La testimonianza di Simonetta Cavalli, consigliera dell’Associazione Nazionale degli Assistenti Sociali ha mostrato un’altra faccia della situazione: non ha certo negato che esistono degli appesantimenti burocratici che rendono la situazione accidentata, ma ha sostenuto che sul versante dell’adozione nazionale è assai difficile che in un bimbo italiano, salvo casi di tragedie familiari, ricorrano gli estremi di un chiaro caso di adottabilità; il che rende una pia illusione che il “serbatoio” dei 20mila bambini presenti nelle case-famiglia a carico delle Regioni, per un costo pro capite che varia fra i 65 ed i 100 euro al giorno, possa essere dato in adozione. L’avvocato Manuela Maccaroni ha dato alcune delucidazioni giuridiche. Il ping pong degli interventi non ha consentito il collegamento in Skype né un interessante filmato su una casa – famiglia molto ben organizzata a Genova.

La terza storia è piuttosto drammatica. Alberto Torregiani arriva sulla sua sedia a rotelle. Vi è condannato dal 19 febbraio 1979, quando, in un agguato dei NAR (credo che c’entri qualcosa quel Cesare Battisti che sfrontatamente fa marameo allo Stato italiano da quel del Brasile… mi piacerebbe presentare Alberto a Lula!), morirono il suo padre adottivo, il gioiellere Pierluigi Torregiani ed altre persone, mentre lui fu ridotto in fin di vita. Uscì dall’ospedale molti anni dopo, senza poter mai più camminare.  Un’esistenza assai dolorosa, la sua: un tunnel vissuto da quando, a tre anni d’età, era stato affidato ad un istituto, perché i suoi genitori, prima sua madre, poi suo padre, s’erano ammalati e poi erano mrti. Anche le sue due sorelle, più grandi di 5 e 6 anni, erano state accolte in un orfanatrofio. Pierluigi Torregiani aveva conosciuto la madre di Alberto alla Clinica Mangiagalli di Milano, dove entrambi erano ricoverati: purtroppo la donna morì dopo poco e il gioielliere, che già aveva tentato invano di adottare un bambino, decise di accogliere tutt’e tre i fratellini. La tregua di serenità familiare, inseriti in un nuovo nucleo, durò 6 anni, fino a quella sera maledetta. La sua storia personale Alberto Torregiani l’ha raccontata nel libro “Ero in guerra e non lo sapevo”: a quel breve momento di “normalità”, a fianco del nuovo papà,  non è seguito un dialogo con la moglie, quella che sarebbe dovuta essere la loro mamma, la quale, travolta dagli eventi, si è allontanata dai tre ragazzi che, in fondo, non erano suoi figli. Solo trent’anni dopo, ai giorni nostri, si sta ricucendo quella  che Alberto ha chiamato una “separazione consensuale”, in una vicenda angosciante che non ha mai allontanato l’ombra del dolore dalla sua vita.

Trincea condominiale

25 Set

C’è un luogo nella vita di molti che, virtualmente, ha un tasso di belligeranza pari, se non superiore a quello della zona tribale fra Pakistan ed Afghanistan, con tanto di simil-talebani, o dei territori dei tagliatori di teste del Borneo.

Si chiama “condominio” e per alcuni è stato un luogo pericoloso ove la civile convivenza era bandita. Un bel pò di casi hanno fornito occasione di dibattito nella puntata di oggi di “Storie vere”, dal provocatorio titolo: “Condominio: una guerra continua?”.

Georgia e Savino non hanno dovuto spendere troppe parole per introdurre la tematica, visto che, oltre ad una vagonata di ospiti, la pioggia di mail che arrivavano, tenute sotto controllo da Laura, la diceva lunga su quanto sia nevralgico il tema.

Il prmo caso sottoposto ai telespettatori è quello della signora Antonella Castellano di Ardea, in provincia di Roma, la quale vive a piano terra.  Un calvario lungo 14 anni, si direbbe, il suo, trascorsi a duellare con i condomini del primo piano, che non perdono occasione per questionare, apparentemente perché hanno un’idiosincrasia per i cani ed il gatto della signora.

In realtà, sembrano falsi pretesti, perché gli animali sono stati sterilizzati e persino mandati a scuola di comportamento. Talvolta, lo stato di guerra si traduce con sassi, bastoni ed acido che piovono in giardino. In più, l’area verde non è neanche fruibile come luogo ove intrattenere gli amici, perché quest’impiccioni di condomini orecchiano tutto ciò che vi si dice. Possibilità di venire ad una civile convivenza: men che zero, tant’è che la signora Antonella si è rivolta a Primo Consumo e l’avvocato che ha seguito la denuncia contro ignoti da lei presentata – e archiviata per carenza di presupposti onde procedere per il rinvio a giudizio – è Nicholas  Vermaaten, anche lui in trasmissione con noi. Dalle sue parole emerge, purtroppo, l’impossibilità per la signora Antonella di sottrarsi a questo stillicidio. Finché i molestatori non commettono un passo falso, occorre prudenza, né possono installarsi le telecamere per presidiare lo spazio, in quanto violerebbero l’altrui privacy. Certo quest’impotenza fa abbastanza rabbia, ma almeno Antonella si è presa la soddisfazione di divulgare in pubblico ciò che subisce.

Il “nostro” Fabrizio ha raccontato un divertentissimo episodio avvenuto al Nord, quando era lì a lavorare. Aveva un appartamento con un’unica finestra e la signora del piano di sopra aveva la maledetta abitudine di stendere le lenzuola ad asciugare in modo tale da chiudergli completamente la visuale. Dopo vari cortesi richiami, a cui la signora nordica faceva orecchie da mercante, un giorno Fabrizio, esasperato, catturò le lenzuola penzoloni e le usò per pulire vetri e serrande. Una lezione che servì a liberarlo per sempre dall’incomodo.

Anche Marcello aveva il suo “caso” condominiale,  di coinquilini prepotenti che rivendicavano uno ius primae noctis sul parcheggio libero con vari sbraitamenti. Seccatosi, quando una componente di questa simil famiglia Addams questionò perché nel posto fatale aveva posteggiato una sua amica, si ribellò fra vari strepiti, guidando una sedizione infracondominiale contro i tracotanti e conquistandosi l’apprezzamento di tutto il comprensorio.

Grazia, a sua volta, ha raccontato di un suo condomino cane-munito; un animale incontinente che cosparge di pipì ascensore e androne, lanciando un SOS affinchè faccia outing.

Non so come e non so perché, sono stata chiamata in causa anch’io e, presa di sorpresa, me la son cavata raccontando di una diatriba nocerina nei confronti della mia anziana zia, in quanto la condomina del piano di sotto, ex mia compagna di scuola, sosteneva che qualche volta, nell’innaffiare le piante, giungeva qualche schizzo nel suo balcone. Vigeva una sorta di atmosfera del terrore contro queste rimostranze, ma può capitare ad una persona quasi novantenne di far cadere qualche goccia… Ebbene, la volta che avvenne, squillò il telefono e la sottostante, con aria d’importanza, si annunciò come la “dottoressa Tal dei Tali”, suscitando il mio divertimento e la mia ironia… perché le risposi: “Ma chi saresti? La mia ex compagna di scuola Vattelapesca? E allora, se tu sei dottoressa io sono avvocato; che vogliamo fare, la gara a botte di titoli accademici?” Tacque e sparì. Perché un pò di comprensione per una persona anziana che non è che ti abbia aperto le cascate del Niagara sul balcone, ma tre schizzi di numero…Invece, voltandola al positivo, ho raccontato la notizia milanese di quel condominio che ha “festeggiato” il proprio 35.mo compleanno, unendo i filmini dell’epoca dell’inaugurazione, in possesso dei condomini, molti dei quali di quel nucleo originario, in un video su dvd… colori seppiati, immagini sgranate, ma  un toccante amarcord.

Torniamo ai casi raccontatici dagli ospiti: Pier Paolo Pintus, da Sassari ha portato una storia molto significativa. Lui, presidente di associazioni di volontariato, apprese da La Nuova Sardegna il triste caso nel quartiere Carbonazzi, di un disabile privo di gambe, Pier Paolo Scano,abitante in un terzo piano d’un condominio, praticamente da 21 giorni  recluso in casa da una diatriba condominiale sull’imputazione in quote di una bolletta dell’ENEL  di 350 euro riferita all’impianto elettrico e la cui inadempienza faceva sì che diminuisse la potenza e non potesse utilizzarsi l’ascensore.  Organizzò così una squadra di soccorso che si accollava il compito di aiutare il signor Scano a condurre una vita “normale”. La pubblicità negativa scaturente da questa storiaccia è servita a “convincere” i condomini a trovare una soluzione per la ripartizione della bolletta e dunque il ripristino dello statu quo. Riprende a funzionare l’ascensore, ma il signor Scano, pochi giorni dopo il felice esito della vicenda, muore per un aggravamento delle sue condizioni.

Esistono però anche luoghi dove i disabili hanno un’accoglienza solidale. Il video presentatoci riguarda una serie di alloggi popolari a Bologna, assegnati a persone disabili; un esempio virtuoso di convivenza fra persone a cui la vita ha tolto qualcosa, ma che hanno nel cuore tanto da donare.

Nel pubblico troviamo altri ospiti che narrano storie condominiali inquietanti: come Dioniso Paradiso, che un vicino di casa intemperante, con l’aiuto di amici, ha investito picchiato causandogli gravi lesioni, anche con una mazza da baseball per futili motivi (costui lavorava nei pozzi artesiani e insozzava il pianerottolo ritirandosi, con le giuste rimostranze del signor Paradiso) ; Antonio Sticca di mestiere fa l’amministratore di condominio e narra un caso alla Bocca di Rosa, di una sollevazione generale contro una condomina con vasta clientela che si è trovato a dover governare, non accettando di essere corrotto con compensi… in natura e contribuendo a farla allontanare.

Massimiliano Orlando è un giornalista e blogger che da Termoli ha messo su un blog info Consumatori.net, che, con un pool di giornalisti e avvocati, offre assistenza su questioni condominiali, come bollette pazze o costi fantasiosi. Oramai hanno decine di migliaia di contatti mensili e convergono nel blog casi di ogni specie, come quello di due condomini di Agrigento che hanno dato vita ad un caso finito in Cassazione. Uno di loro, per perseguitare l’altro, tutte le notti gli si mette a sgasare con la macchina sotto la finestra. Un sobillatore che ottiene dal suo “rivale” di essere mandato a quel paese. Non attendeva altro: lo denuncia ed in prima istanza ottiene di farlo condannare per ingiurie. Solo alla Suprema Corte si giunge a ristabilire che, se l’ingiuriante era, esasperato, ricorso alle male parole, era perché l’ingiuriato lo aveva reiteratamente molestato.

Su Skype c’è Filomena, che ci racconta un problema condominiale paradossale. C’è un crumiro, fra loro, che disattende alla raccolta differenziata, depositando le sue buste fuori dai cassonetti e causando multe a carico di tutti gli altri… Bella gatta da pelare!

La signora Fabrizia Lotti, abitante ad un primo piano, si è vista spuntare d’improvviso una tettoia, costruita dai suoi sottostanti, sembra abusivamente e senza che fosse riunita un’assemblea condominiale che ne permettesse la costruzione. Il manufatto risulta d’intralcio per la sua visuale e comodo per i ladri che volessero arrampicarsi. L’atmosfera è al calor bianco e continuano i dispetti da parte di questi personaggi inurbani.

Per farsi tutelare si è rivolta all’ADICONSUM, di cu è presidente Pietro Giordano, nostro ospite… Il tempo stringeva ed abbiamo giusto potuto sentire che l’Associazione si sta vivamente interessando al problema della signora Fabrizia.

Massimiliano Orlando, a sua volta, ha portato il signor Goffredo Luciani, che è riuscito a rendere esecutiva nella provincia di Campobasso la previsione di una revisione delle caldaie di riscaldamento, biennale invece che annuale, con un dimezzamento dei costi per i condomini. Il fiume in piena di mail e le questioni rimaste in sospeso oggi (alcuni ospiti avrebbero così tanto da raccontare ancora!) ci suggeriscono di ritornare a breve sull’argomento. Tanto, sembra che l’antologia delle questioni condominiali sia un pozzo di San Patrizio…

Gioco d’azzardo, passione rovinosa?

24 Set

La settimana di “Storie vere” comincia con un tema scottante che fa vittime per dipendenzacosì come la droga e l’alcol. E non si è più ai tempi della Bella Epoque, quando il conte russo di turno dice addio alla vita con un colpo di pistola alla tempia, dopo aver lasciato tutti i suoi averi alla roulette o al baccarat nelle suggestive sale piene di oro e stucchi del Casinò di Montecarlo. Ora l’azzardo è capillare, succhia il sangue anche ai poveri pensionati e ai ragazzini minorenni che, per darsi un tono, si avvicinano alle scommesse, sviluppando la medesima dipendenza compulsiva che ritroviamo nel breve romanzo di Fedor Dostoevskij “Il Giocatore” o fra i legionari romani che si giocavano la paga coi dadi (Alea iacta est, no?).

In sede di blog posso condire le stuzzicanti tematiche individuate dagli autori con citazioni che, nella fascia oraria di trasmissione, poco sarebbero apprezzate; ma qui sono a “casa mia”, dunque le suggestioni culturali sono ammesse; anzi, benvenute.

La puntata, condotta con brio e compartecipazione dai nostri” bravi presentatori”, si è aperta con la consueta scheda che, in pillole, enuclea il problema, sintetizzandone  la rilevanza sociale. Poi dal giornalismo sociologico, si è passati al racconto delle esperienze di vita vissuta: a confidare il suo tunnel nelle spire del gioco d’azzordo e l’approdo alla luce che ormai dovrebbe aver conquistato era con noi Valerio (nome di fantasia), opportunamente camuffato per non essere riconosciuto, sottoposto al fuoco di fila delle domande di Georgia e Savino (ordine alfabetico e di cavalleria).

La sua testimonianza ha toccato punte di profondo pathos: dai 22 ai 38 anni ha condotto la vita acrobatica  sotto il profilo emotivo e imbevuta di adrenalina di chi gioca, ai cavalli ed a scommesse varie anche 1.500 euro al giorno. Si rendeva conto di aver sviluppato una vera e propria schiavitù, un’ossessione, ma si è rifiutato di ammetterlo per lungo tempo, non trovando stimoli per uscire dal labirinto. Una patologia che lo spingeva a scommettere a rotta di collo. Quattro anni fa la svolta: Valerio racconta di aver compreso che, malgrado i buoni propositi, non sarebbe mai uscito da quella trappola. Si è rivolto, dunque, ad una comunità di recupero e col loro supporto ha rivoluzionato la sua vita, tanto da sentirsi oggi guarito e da essersi ricostruito anche interiormente. La malia del gioco gli aveva sottratto tutto: un ruolo sociale, la vita sentimentale, l’autostima, il lavoro.  Soprattutto, la dignità. Per fortuna, i suoi gli sono rimasti accanto aiutandolo in questo difficile cammino di rinascita. Oggi Valerio è un uomo nuovo: ha ripreso a lavorare, anche più di prima, perché ha ancora tanti debiti da ripagare e ha ritrovato l’amore accanto ad una donna che gli dà la forza di sperare che il peggio sia passato.

Dopo questa testimonianza così toccante, un flash istituzionale: un’intervista filmata al ministro della Sanità Renato Balduzzi ha evidenziato l’attenzione posta dalle politiche sanitarie su questa dipendenza considerata vera e propria patologia, dunque catalogata come emergenza da combattere e sradicare con apposite terapie psicologiche.

Anche la seconda storia racconta una vicenda si spera a lieto fine (al momento è la cronaca di una catarsi): riguarda il giovane toscano Lorenzo Grassi, ex giocatore redento da un ciclo di 9 mesi presso una comunità terapeutica (a Bolzano) per liberarsi di quel demone che lo aveva assalito a 14 anni e portato a contrarre debiti inimmaginabili per un ragazzo della sua età, pari a 25mila euro. Lorenzo è già stato ospite l’anno scorso a “Storie Vere”, per raccontare la sua decisione di sottoporsi ad un ciclo di psicoterapia in comunità. Oggi, accompagnato dalla madre, visibilmente emozionata, ha annunciato di potersi considerare guarito. La sua esperienza nella giungla delle sale giochi lo avevano condotto ad un percorso verso la dipendenza, tanto che il gestore di un Bingo con cui si era pesantemente indebitato, si era rivolto ai suoi genitori, che scoprirono d’un tratto il lato oscuro della personalità del figlio.

Ha preso la parola anche la madre, Giorgia Santini che ha raccontato come ha sorretto il figlio verso la decisione di “disintossicarsi” dal gioco d’azzardo, conducendolo pian piano a prendere coscienza del fatto che, per raggiungere obiettivi definitivi, era necessario affidarsi a specialisti. Lo ha convinto mettondolo di fronte ad un bivio: o la comunità o l’abbandono ad un destino sempre più da reietto.

Fra il nostro pubblico, c’era un ragazzo, Valerio anche lui, che ha rivelato il proprio personale vissuto di ex giocatore: anche il biliardo, gioco di abilità, se diventa oggetto di scommessa nei tiri, può tramutarsi in un preoccupante gorgo di dipendenza compulsiva.  Fabrizio, il nostro “pizzaiolo acrobatico”, nel prendere la parola, ha fatto intendere di aver attraversato esperienze in cui sarebbe stato facile deragliare. Ha quindi preso la dottoressa Florinda Maione, psicoterapeuta per la Siipac  (Società Italiana Interventi Patologie Compulsive) con sede centrale  a Bolzano che ha evidenziato le peculiarità del percorso riabiltativo duro e difficile, sempre sul filo della ricaduta, necessario per liberarsi dalla patologia.

Nella scheda in apertura era emerso che un luogo, più di ogni altro, in Italia, concentra un grande stuolo di persone che tentano la fortuna nel gioco d’azzardo, specie con le slot machine: la città di Pavia. L’anno scorso i suoi abitanti hanno destinato  alla sfida con la cieca Fortuna 200 milioni di euro, ovvero l’equivalente del disavanzo della RAI; quasi 3mila euro l’anno pro-capite. In collegamento con Milano c’era per noi la direttora della Provincia Pavese, Pierangela Fiorani (per inciso, è l’unica donna alla guida di un quotidiano in Italia). Da tempo il suo giornale registra l’inquietante fenomeno di una città ripiegata sul gioco d’azzardo, con 71mila abitanti e 520 macchinette da videopoker; ossia ritmi da Las Vegas.

Una connessione potrebbe anche farsi con la presenza sempre più marcata di fenomeni malavitosi in questa cità lombarda fino a pochi anni fa piuttosto statica ed esente dalle grandi mappe della criminalità. Oggi la ‘ndrangheta ha manifestato la sua presenza e potrebbe ricollegarsianche a questo il proliferare dell’azzardo in città.

Nella trincea del web si districa con grande disinvoltura Laura Massacra, che aveva in linea su Skype Roberto Sodaro, frequentatore abituale di sale Bingo. Un ulteriore universo a parte, intrecciato, talvolta, al dramma della solitudine; in genere, secondo il nostro interlocutore, la crisi ha un pò svuolato le sale nei giorni feriali, rimanendo alta l’affluenza solo nei week end. Lui gioca in maniera oculata; ma c’è chi non lo fa. Una familiare della nostra amica Rosanna, ad esempio, è arrivata a ipotecarsi l’appartamento, pur di giocare a Bingo: suo marito ed i figli se ne sono accorti solo quando la Banca ha c+

hiesto il rientro dallo scoperto. E’ toccato a me raccontare del nonno paterno giocatore sventato che in una notte dilapidò una posizione a carte, compreso un immenso appezzamento nella Piana di Paestum. Una fortuna, probabilmente, per me – dico guardando il bicchiere mezzo pieno -, più motivata ad impegnarmi per procurarmi un “riscatto” personale.

Perché di poker si è parlato con Cristiano Blanco, già giornalista professionista al Corriere dello Sport e in numerose Radio romane, un pezzo di marcantonio che oggi è professionista, sì, ma di poker on line. Voleva convincerci di essere una specie di “giocatore d’azzardo buono”, perché lui si batte contro altri giocatori e non contro un banco che deve comunque vincere. Questa sua tesi non ha trovato molti di noi d’accordo, in particolare la signora Giorgia Santini, mamma di Lorenzo, che ha obiettato che comunque non è un qualcosa di governabile che limita i danni a piccole vincite/perdite, ma richiede impegno pecuniario. Ho cercato di sdrammatizzare gettando lì che anche trovare un lavoro da giornalista professionista è un gioco d’azzardo.

Mira a far socializzare le persone e non dovrebbe innescare competitività il gioco del burraco, ormai fenomeno sociale. A rappresentarne i lati positivi è intervenuta Carla Ficoroni, dirigente bancaria e appassionata di burraco, ma anche di bridge. In verità, alla sua immagine di gioco del volemose bene io ho contrapposto racconti di vita vissuta, dove certi sacerdoti della Pinella mi richiamavano all’ordine perché troppo ciarliera e non abbastanza concentrata. Ma allora che gioco è, se diventa un motivo di accanimento, mi son chiesta?

Insomma, oggi abbiamo visto che la parola gioco è solo apparentemente sinonimo di innocenza infantile… con l’aggiunta dell’azzardo, è quanto di più lacerante ed interiormente distruttivo si possa immaginare.